Visualizzazione post con etichetta 2009. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta 2009. Mostra tutti i post

venerdì 3 agosto 2012

Stuart Hazeldine: Exam


Otto candidati per un posto di lavoro tra i migliori che si possano immaginare. Peccato che nessuno sappia esattamente di cosa si tratti. L'unica cosa certa, è che porterà un sacco di soldi e per questo ognuno è disposto a tutto pur di avere la meglio sugli altri.

Le regole sono semplici: non rivolgere la parola alla guardia né al responsabile della selezione, non rovinare il proprio foglio. Ogni candidato ha davanti una domanda, per la quale è richiesta una risposta. Non lasciare la stanza. In tutti questi casi si verrà squalificati. Ottanta minuti per rispondere.

Tutti cercano di mettersi subito al lavoro, ma ciò che si trovano davanti non è semplice come si aspettavano. Ognuno ha davanti a sé un foglio. Per tutti, si tratta di un foglio bianco, che riposta unicamente il numero assegnatogli. Nessuna ulteriore indicazione, nessun indizio. Ma soprattutto, nessuna domanda.

Ai candidati non è però proibito parlare tra di loro e muoversi liberamente all'interno della stanza e così iniziano a cercare, tutti assieme, una soluzione all'enigma. I tentativi sono numerosi, ma nessuno di questi porta a risultati soddisfacenti. Con il passare del tempo crescono l'insicurezza e la sfiducia l'uno nell'altro. In un'escalation di tensione che sfiora la follia e che vede uscire dalla stanza uno alla volta tutti i candidati, solo uno supererà la prova, trovando la soluzione che, bisogna proprio che lo dica? Era davanti ai loro occhi fin dall'inizio.

A volte registi famosi fanno film inguardabili, altre volte registi in erba fanno dei grandi film. Questo è il secondo caso. Un esordio molto interessante e ben strutturato, capace a tratti di far saltare il cuore in gola, ma anche di far girare gli ingranaggi del cervello dello spettatore, fino all'ultimo desideroso di giungere a capo dell'arcano. Un buon prodotto nell'insieme, che vale la pena di esser visto, non solo dagli amanti del genere.

giovedì 15 settembre 2011

Andrzej Bartkowiak: Street Fighter - La leggenda (The legend of Chun Li)

Per completezza, anche la locandina del film è brutta
Trama: Chun Li è una pianista famosa che ha praticato un po' di arti marziali nel tempo libero, ma a un certo punto abbandona tutto e va in Thailandia a far la poveraccia e a cercare il padre, rapito da Bison quando era piccola. Qui incontrerà qualche altro personaggio di Street Figher e faranno un po' a botte ogni tanto.

Si tratta veramente di un filmaccio, ma non nel senso del primo Street Fighter con Van Damme, che era un'idiozia ma divertente perché era tutto molto ironico (volontariamente e involontariamente). Qui ci si prende decisamente troppo sul serio, propinando una sfilza di personaggi uno più odioso e stupido dell'altro, a cominciare dalla protagonista. Non so veramente che altro pensare quando vedo Chun Li che si fa la pettina del videogioco per andare in disco (con un'entrata in pista a trottola che mi ha causato un attacco d'ilarità) per sedurre la complice lesbica di Bison, o Bison stesso che da dittatore e leader di un'organizzazione paramilitare è trasformato in un mafiosetto leccato (con la ridicola sottotrama della figlia e della giovane moglie sventrata a mani nude); Vega vecchio e incapace fa scappar dal ridere, Balrog è la dimostrazione che Michael Clarke Duncan ha lasciato la parte buona della sua carriera alle spalle. La coppia di poliziotti che flirtano per tutto il film è insopportabile... in conclusione vien voglia di veder tornare Bison interpretato da Raoul Julia fare fuori tutta sta manica di deficenti (compreso il suo alter ego albino) e conquistare questo paese dell'estremo oriente popolato solo di occidentali a parte le comparse, come nei film di Godfrey Ho insomma.

Bruttura veramente brutta, per di più con titolo italiano ingannevole così da far credere all'ingenuo videonoleggiatore che si tratti di un nuovo film su Street Fighter quando in realtà ci si ritrova a guardare Julia - la strada della felicità in versione arti marziali. E pure il doppiaggio italiano è da telenovela (se lo vedete vi scapperà da ridere ogniqualvolta sentirete pronunciare Shadaloo "sssciadalàu").

martedì 29 marzo 2011

Jon Bonnell: Star Quest - The Odissey


Dopo aver passato un po' di tempo a guardarmi film e telefilm di Star Trek avevo proprio voglia di uno Star Trek tarocco; non avendone realizzato uno la Asylum ho guardato un po' in giro ed è saltato fuori questo film, uscito in concomitanza col recente reboot di J.J. Abrams, la cui trama è questa: il progresso ha portato l'umanità nello spazio, permettendogli di colonizzare nuovi pianeti e di espandersi nella galassia; ma con questo sono emersi anche nuovi conflitti, fra gli abitanti della Terra e quelli di alcune colonie che si erano separate dal governo centrale terrestre, che si sono organizzati un impero di uomini mezzi cyborg, a metà strada fra i Borg e i Klingon di Star Trek per dire. Terminata la guerra viene varata l'astronave Odissey, con un equipaggio misto umani e cyborg, che dovranno affrontare insieme una nuova minaccia nella forma di un'entità artificiale ma senziente.
Trama e situazioni sono prese pari pari da Star Trek (e da altri cliché tipici del cinema di fantascienza), compreso il font dei titoli di testa e mettendo persino dei ringraziamenti finali a Gene Roddenberry, per cui il riferimento è abbastanza esplicito. La cosa che forse soprenderà lo spettatore è però la pochezza di mezzi utilizzata: è evidente che si è fatto un piccolo sforzo per realizzare uniformi, plancia dell'astronave e così via, ma gli effetti digitali sono molto scrausi, del tipo che se guardate un qualsiasi fanmovie su Star Trek è fatto meglio, mentre qui vediamo le immagini dell'astronave nello spazio che scattano perché probabilmente non avevano un pc abbastanza potente per renderizzare il video finale. Nonostante ciò sembra che il film abbia ricevuto un'ampia distribuzione, a giudicare dalla varietà di dvd cover presenti su internet... In ogni caso, una guardatina io la consiglierei, già solo per la particolarità del prodotto, ovvero uno Star Trek quasi in tutto e per tutto (c'è persino una storia d'amore fra il pseudoKirk e la dottoressa di bordo) ma realizzato col minimo sforzo. Alla fine potevano anche chiedere a qualche ragazzino su YouTube di fargli gli effetti speciali, ma se non altro così il prodotto ha un surplus di trash in più.

domenica 12 dicembre 2010

Ruben Fleischer: Benvenuti a Zombieland

A volte saltano fuori registi che hanno fatto poco o niente e ti sbattono in faccia una megaproduzione (o magari non proprio mega, ma che si vede che c'hanno i soldi), che non è sempre una garanzia di qualità. Certo, neanche che il regista sia esperto è garanzia di qualità, anzi, spesso significa che se ha sempre fatto cagare, continuerà a farlo.
Qui siamo a metà strada. Il regista Ruben Fleischer viene già dal mondo del cinema, ma questo è il suo primo titolo per il grande schermo. Mentre gli scrittori Rhett Reese e Paul Wernick, hanno già alle spalle diverse produzioni, principalmente commedie e animazioni. Dall'incrocio di queste esperienze nasce Zombieland, un titolo simpatico ma che lascia ampio spazio alle riflessioni classiche di tutti i film di zombi, come l'allontanamento dai propri cari, la lotte per la sopravvivenza, il sacrificio di chi ormai non ha più nulla da perdere.

Questa volta il protagonista è un giovane nerd, inadatto alla vita sociale, dalla quale è sempre fuggito e spaventato dal mondo esterno. Quale occasione migliore allora per uscire? Direzione: Columbus, città in cui spera di ritrovare i suoi genitori e nome che gli viene assegnato da Tallahassee, il suo primo compagno di viaggio in questa pericolosa avventura. Ed è proprio lui a coniare la regola: niente nomi. Meno si è attaccati, più è facile andare avanti, soprattutto in caso di problemi. Proprio sulle regole - nodo centrale del film - si basa la sopravvivenza di Columbus, che ne ha coniate diverse per non farsi sopraffare dal mondo, ormai così pericoloso.

Questa è quindi la storia di un viaggio, nel quale a Columbus e Tallahassee si aggiungono le due giovani sorelle Wichita e Little Rock, queste ultime dirette al Pacific Playland, un parco dei divertimenti nella zona di Los Angeles, a loro detta privo di non morti. Il gruppo deciderà di dirigersi verso ovest, con la speranza di trovare un luogo sicuro dove stabilirsi, ma forse le due ragazze non hanno ragione...

martedì 12 ottobre 2010

J.J. Abrams: Star Trek

Devo dire innanzitutto che mi dispiace che abbiano deciso di interrompere definitivamente i film della vecchia linea, sicuramente ha influito su questa decisione il fatto che l’ultimo film precedente – La nemesi – è stato l’incasso più basso di sempre di un film di Star Trek, mettiamoci pure la recente moda hollywoodiana di reboottare qualsiasi film/telefilm del passato per sfruttare in maniera ipercommerciale qualsiasi franchise esistente e siamo a posto, Jean-Luc Picard e il suo equipaggio sono pronti per la pensione.
Ma veniamo alla pellicola in questione, iniziando dicendo che pensavo peggio. Il film è evidentemente superiore alla media delle schifezze da multisala, e ne sono rimasto positivamente colpito specialmente (ma forse anche per questo) perché sono partito a guardarlo con delle aspettative alquanto basse e invece si è rivelato qualcosa di abbastanza valido. Però i difetti non mancano, e non sono neppure piccoli, a cominciare dal cattivo, un minatore romulano (per la cronaca, i romulani sono i cattivi per eccellenza di Star Trek) venuto dal futuro a bordo di un’astronave stratosferica incolpando lo Spock del suo tempo di aver distrutto la sua gente, e tornato nel passato per vendicarsi; ora a parte il fatto che anche il cattivo del film immediatamente precedente era un romulano (ma questo non ha molta importanza, dato che come dicevamo sopra il reboot è dovuto proprio al fatto di cambiare target, passando dalla nicchia di fan al grande pubblico) e che il personaggio è quanto di meno originale si sia mai visto in un film di fantascienza… ma come fa un minatore a permettersi un’astronave di proporzioni bibliche?!? Il film è pieno di approssimazioni grossolane e ingenuità di tal fatta, del tipo: navi stellari con un equipaggio composto totalmente di pivellini alla prima esperienza (a un certo punto il nuovo Pavel Chekov – che parla come una badante russa – dice di avere 17 anni!), ma che sono già abilissimi in qualsiasi cosa, dal buttarsi col paracadute dallo spazio al combattimento corpo a corpo con energumeni grossi il quadruplo di loro su una piattaforma sospesa nel vuoto; a proposito, dovete sapere che scherma e ninjutsu sono la stessa cosa, anche perché sappiamo bene che tutti i giapponesi sono campioni di arti marziali. Poi ovviamente c’è tutto l’assortimento di pianeti e astronavi e qualsiasi altro oggetto tridimensionale che esplodono, macchine che volano nel burrone (scena che ha rotto parecchio le palle ai tempi dell’uscita del trailer), incontri troppo fortuiti necessari allo svolgimento della trama, cose che sembrano appartenere più all’universo di Star Wars che a quello di Star Trek: la bettola dove fare a botte con la gente, il poliziotto-robot a bordo della moto fluttuante, l’inutilissimo mostro sul pianeta ghiacciato.

Per non parlare di come la scusa del viaggio nel tempo fatto dal romulano che crea una nuova linea temporale, pur essendo interessante, appare proprio come una scusetta da poco per poter rimaneggiare tutto l’universo di Star Trek a piacimento, visto che comunque i cambiamenti vanno ben oltre questo…
In ogni caso devo dire che questa sequela di difetti per fortuna è controbilanciata dal fatto che il film si presenta bene, e devo dire che dal punto di vista del conoscitore della saga di Star Trek riesce ad essere pure abbastanza fedele a questo universo fantascientifico (senza dubbio contribuisce non poco a questo la presenza nel cast di Leonard Nimoy, il vecchio e originale Spock). Perciò che dire, nonostante l’evidente proposito di trasformare Star Trek in una commercialata il film riesce comunque ad essere un buon prodotto anche andando oltre questo discorso; non me la sento di promuovere a pieni voti questo reboot, ma una possibilità gliela voglio senz’altro dare, in attesa del sequel.

martedì 28 settembre 2010

Peter Jackson: Amabili Resti

Questo film, trasposizione cinematografica del bestseller "The Lovely Bones" di Alice Sebold, tratta la breve vita a cui andò incontro una quattordicenne, brutalmente uccisa da un maniaco, e come la sua famiglia reagì dopo la sua morte.

Peter Jackson ci presenta un film che è un'ibrido tra un thriller e il genere fantastico/visionario (chi ha detto "Al di là dei Sogni"?), dove un tragico evento efferato getta una felice famiglia nel dolore più intimo e acuto: la morte di una brillante figlia di soli quattordici anni.
La colonna portante della pellicola è il ruolo cardine di questa dolce ragazza, Susan, che oltre esser la triste protagonista è anche la narratrice che racconta cosa le è capitato quel macabro pomeriggio invernale tornado a casa da scuola.
Susan (Saoirse Ronan), reduce da un romantico e sfuggente incontro con il ragazzo che le piace e proiettata al suo primo appuntamento, mai avrebbe immaginato cosa le sarebbe capitato da lì a qualche ora. Quel appuntamento, e probabilmente il suo primo bacio, non sarebbe mai arrivato per lei.
Le aspettative di un adolescente e le piccole emozioni che ognuno di noi ha vissuto con tanto eccitamento, nel caso di Susan, le vengono private da un freddo maniaco che costruisce case per le bambole e non conosce il significato di rimorso (un fenomenale Stanley Tucci).
La vita viene interrotta nel terrore più puro e cieco, una famiglia viene gettata nel caos e il padre cerca in tutti i modi di trovar pace con se stesso.
Si tratta proprio del rapporto padre-figlia (il padre impersonato da un misuratissimo Mark Wahlberg) che esalta le doti di Peter Jackson, un rapporto che si riduce al solo ricordo, agli attimi passati insieme costruendo navi in bottiglia; il ricordo dei famigliari costringe Susan a restare in un limbo, più precisamente nel suo mondo perfetto e onirico nel quale prende coscienza di esser morta e di non poter più tornare dai suoi cari.
Un pazzo omicida insospettabile che la polizia smette troppo presto di cercare, un padre che vuol farsi giustizia da solo e una madre (Rachel Weisz) abbandonata a se stessa che se ne và di casa sono solo alcune delle tragiche conseguenze del reato. In questa panoramica c'è pure la "giovane" nonna maldestra (Susan Sarandon) che prova a dare una mano in casa.

A conti fatti, cosa vuole trasmetterci questo film? Veniamo catapultati in due mondi paralleli, quello reale in cui vive la famiglia di Susan e quello di Susan morta, visionario e fantasioso.
Ma questi due mondi sono destinati ad entrare in conflitto quando esiste ancora un ponte che li collega, ovvero l'amore dei genitori e i ricordi legati ad essi.
Peter Jackson magistralmente ci fa vedere e sentire scene struggenti, cerca di trasmettere il senso di una vita e come la mente malata di qualcuno possa avere la meglio su una giovane ragazza piena di sogni, aspettative e speranze. Una menzione speciale la merita la colonna sonora, composta da Brian Eno.
Il messaggio alla fine del film, narrato da Susan, è quanto di meglio ci possa essere per riassumere l'intera essenza del film.

Voto: 8

martedì 14 settembre 2010

Roy Burdine e Lloyd Goldfine: Turtles Forever

Le tartarughe ninja sono il tipico fenomeno underground divenuto ben presto un franchise di successo, esploso negli anni ottanta specialmente grazie alla trasposizione a cartoni animati (che aveva reso l'originale e truculento fumetto, nato come una parodia del Daredevil marvelliano, molto più adatto a un pubblico di bambini) alla quale sono seguiti svariati film, videogiochi, giocattoli e così via, fino ai giorni nostri in cui l'industria americana dell'intrattenimento continua a scommettere su questi personaggi di successo (a tal proposito, sembra che nel 2011 arriverà un nuovo film live-action su di loro).

Il film che ora vado a recensire è stato prodotto l'anno scorso per festeggiare il venticinquesimo anniversario della nascita delle mitiche tartarughe, prodotto direttamente per la tv e distribuito nel mercato home video, la cui trama è questa: Le quattro tartarughe ninja della nuova serie animata si ritrovano, a causa di un incidente che ha aperto le porte di universi paralleli diversi, faccia a faccia con le tartarughe ninja degli anni ottanta; nella loro dimensione però sono giunti anche il tecnodromo con a bordo Krang e Shredder degli anni ottanta, e quest'ultimo, deciso a eliminare le tartarughe, resuscita la sua controparte della nuova serie (dove a suo tempo era stato messo fuori gioco dalle tartarughe), ma la cosa gli sfugge di mano dato che questo Shredder è infinitamente più malvagio di quello degli anni ottanta, tanto che si impadronisce del tecnodromo ristrutturandolo in modo da farlo diventare qualcosa di mille volte più potente di quel che era e deciso a distruggere le tartarughe ninja di tutte le dimensioni esistenti; e, per raggiungere tale scopo, giungerà fino alla dimensione delle originali tartarughe del fumetto originale...


Come avrete capito, l'idea di base di questo film è abbastanza originale e simpatica, ovvero festeggiare le tartarughe ninja ripercorrendo tutta la storia del franchise non solo facendo tornare sulla scena personaggi e situazioni della vecchia serie, ma anche facendoli interagire con quelli della nuova; perciò citazioni e autocitazioni abbondano, giocando molto sulle differenze fra le nuove tartarughe, più serie e razionali, e quelle vecchie, spensierate e giocherellone, come lo era d'altra parte un po' tutta la vecchia serie animata su cui non manca dell'(auto)ironia, come quando - appena giunte in quella dimensione - le nuove tartarughe chiedono alla April degli anni ottanta se lavorasse in un distributore di benzina, vista la tutona gialla. Insomma, siamo di fronte a un cartone che pur nella sua modestia (come dicevo, siamo di fronte a una produzione televisiva) centra perfettamente l'obiettivo, celebrando il compleanno delle tartarughe ninja nel modo migliore possibile, regalando uno spettacolo carino e anche un po' nostalgico (d'altra parte, chi se lo sarebbe mai aspettato di rivedere in azione le vecchie tartarughe degli anni ottanta? ;) ).

lunedì 30 agosto 2010

Patrick Lussier: San Valentino di Sangue

Remake de Il Giorno di San Valentino (1981) e per quanto mi riguardo si tratta di uno slasher movie di tutto rispetto.
Siamo ad Harmony, una tranquilla cittadina di minatori che lavorano presso la Hanniger Mining Company, ma un giorno il tunnel 5 crolla e vi rimangono intrappolati alcuni operai. All'arrivo dei soccorsi si scopre che quasi tutti, tranne Harry Warden (unico sopravvissuto anche se caduto in coma irreversibile) e Tom Hanniger (figlio del direttore della miniera), sono stati uccisi a colpi di piccone; i sospetti cadono su Harry mentre Tom è stato l'artefice dell'esplosione dimenticandosi innavertitamente di chiudere le bocche di metano.
Ad un anno di distanza dall'incidente (il giorno di San Valentino) Harry Warden si risveglia dal coma completamente cambiato uccidendo chiunque gli si pari davanti. La stessa notte alcuni ragazzi stanno facendo una festa presso il tunnel 5 e all'arrivo di Harry inizierà la strage. Solo 4 ragazzi sopravviveranno, tra cui Tom Hanniger; la polizia riuscirà comunque ad uccidere Harry un attimo prima che scenda nelle profondità della miniera.

Passano dieci anni dalla strage di quella notte e Tom torna ad Harmony per questioni burocratiche, nel frattempo la sua ex ragazza Sarah si è sposata con Axel, uno dei superstiti di quella notte e ora sceriffo della città.
Durante i festeggiamenti di San Valentino ricompare una figura vestita da minatore che inizia a mietere vittime, allora Sarah, Tom e Axel inizieranno a rivivere i tremendi ricordi di dieci anni prima, temendo che Harry Warden possa esser ritornato per completare il lavoro.

Niente di speciale la trama, dopotutto si tratta di uno slasher movie e per di più è un remake. Vorrei però sottolineare alcuni aspetti più che positivi del film:

- Gli attori protagonisti molto bravi ad impersonare i rispettivi personaggi
- Le scene splatter fatte molto bene e con dovizia di particolari
- I colpi di scena (intesi come spoiler) non mancano affatto
- Per fortuna poche scene di nudo o sesso (fatte bene però)

Questi sono quattro elementi essenziali per evitare che il film scada inesorabilmente nello scontato puro. Fortunatamente così non è stato e quindi promuovo il film più che volentieri.
A differenza degli altri mostri sacri del genere (leggi Venerdi 13 ed Halloween) il protagonista non è passivo o macchinoso, le azioni sono dinamiche invece e "realistiche", l'assassino è umano e non una copia di Michael Myers o Jason Voorhees.

Siamo di fronte ad un horror/thriller direi, in un panorama odierno in cui i remake si sprecano questo San Valentino di Sangue meritatamente si aggiudica la corona del meno scontato come trama ed evoluzione della stessa.

Voto: 7/8

lunedì 26 luglio 2010

Tom Six: The Human Centipede

In due parole: grottesco e angosciante.

Piuttosto semplice ma terrificante, inizia come tanti altri film horror con un'atmosfera distesa e rilassata per passare in breve tempo ad una moderata tensione che ben presto diventa una strizzata di palle che non si sente spesso.

Due belle e giovani ragazze americane sono in viaggio in Europa e mentre si trovano in Germania la loro auto si ferma in mezzo ad un bosco mentre stanno andando in un night club. Purtroppo per loro la nottata (né il resto della vacanza) proseguirà nel modo sperato.
In cerca di aiuto, Lindsay e Jenny, troveranno la casa del Dottor Heiter (Dieter Laser) che non si farà pregare due volte per farle entrare e sedarle, per farle diventare due dei tre pezzi necessari per il suo esperimento.

Ciò che il bizzarro chirurgo vuole creare è una sorta di tripletta di gemelli siamesi, uniti l'uno all'altro attraverso l'apparato digerente, ovvero bocca-ano. Difficile, a mio avviso, immaginare qualcosa di più disgustoso che il risvegliarsi da un'anestesia e ritrovarsi attaccati ad altre due persone (nel peggiore dei casi, essendo nella parte del pezzo centrale).



La procedura con cui i tre (il primo in fila è un giapponese che non parla altro che la sua lingua madre) vengono uniti è dettagliatamente descritta dal medico prima di iniziare l'operazione, davanti agli sguardi terrorizzati delle vittime, ma viene mostrata solo a tratti, senza troppa dovizia di particolari.
Una volta portato a termine il lavoro, il Dr. Heiter cercerà di addestrare la sua creatura affinché gli ubbidisca, ma incontrerà notevoli difficoltà dovute al forte carattere di Katsuro che non ha intenzione di farsi sottomettere.

Il Dr. Heiter è semplicemente pazzo e ne dà dimostrazione continuamente, con i suoi scatti d'ira e la sua perversione deviata per il lavoro che svolge, mai sazio e costantemente desideroso di superare il limite e Dieter Laser lo interpreta magnificamente.
Altrettanto adatti ai loro ruoli sono le tre vittime, Ashley C. Williams, Ashlynn Yennie e Akihiro Kitamura che riescono a trasmettere alla perfezione il senso di terrore e angoscia cercato dal regista e scrittore Tom Six.
Interessante il simbolismo della nazionalità dei personaggi, il malvagio tedesco che tiene sotto torchio America e Giappone e compie controversi esperimenti proprio come gli scienziati nazisti, il tutto molto sentito dallo stesso autore della pellicola di nazionalità olandese.

Piuttosto disturbato e disturbante nei contenuti (il cui punto a favore è sicuramente l'originalità), si tiene in piedi grazie alla tensione psicologica essenziale per non farlo risultare noioso perché eccessivamente lento, ma senza lasciare in secondo piano l'aspetto puramente visivo, altrettanto fondamentale per la buona riuscita dell'intero film.

mercoledì 30 giugno 2010

M. Neveldine & B. Taylor: Gamer

Leonida contro Dexter: chi avrà la meglio?

Stiamo parlando, come molti avranno capito, di Gerard Butler (Leonida in 300) e Michael C. Hall, meglio noto al grande pubblico per la serie TV Dexter.

Il primo è un detenuto, condannato alla pena capitale per omicidio, il secondo l'inventore di un videogioco che possiamo considerare l'evoluzione di Second Life, nel quale attraverso collegamenti cerebrali ognuno può prendere il comando del corpo di una persona in carne ed ossa che fungerà da vero e proprio avatar, per poter interagire con gli altri personaggi - anch'essi esseri umani autentici - del videogame. Ed è proprio da questo videogioco che se ne sviluppa un altro, sempre dallo stesso ideatore, nel quale i carcerati diventano i protagonisti di un teatro di guerra, prestando i loro corpi a scontri a fuoco nei quali vengono guidati da giocatori che, se dotati di sufficiente abilità, li guideranno verso la vittoria e la libertà.


Ma come sempre, c'è qualcosa di losco sotto tutto ciò e forse lo spartano del futuro è stato giudicato per un crimine che non ha commesso, magari qualcuno voleva liberarsi di lui perché ritenuto un elemento scomodo, una pedina che ostacolava i suoi piani...

L'idea di base non è niente male, ma una volta entrati nel vivo dell'azione, si svolge tutto troppo frettolosamente, il cattivo di turno spiega il suo piano per la conquista del mondo nel classico stile James Bond, quando ormai è sicuro che non possa succedergli niente e che nessuno gli si possa opporre. Ma si sa che qualcosa accade sempre e in qualche modo l'astuzia o i muscoli hanno la meglio sui malvagi.
Del resto, "I cattivi perdono sempre: anche oggi negli anni '80" [cit] e aggiungerei anche oggi negli anni duemila.

mercoledì 26 maggio 2010

Pete Docter: Up

Il regista è lo stesso di Monsters & Co, nonché scrittore di entrambi questi lavori oltre che dei due Toy Story, quindi per chi ha visto e apprezzato i precedenti film, sa più o meno cosa ci si possa aspettare da UP.

Inizio con la consueta premessa che la versione originale - soprattutto se vista al cinema a Londra - è nettamente superiore al doppiaggio italiano, per i soliti motivi: l'intonazione nelle battute è sempre quella giusta, gli accenti sono messi sulle parole giuste, insomma non ci sono pericoli di incomprensione sul significato delle battute quando le si recitano in lingua originale... ma questi sono discorsi da teoria della traduzione e non ci interessano in questo momento.

Parliamo del film: come ormai da anni siamo abituati per le animazioni targate Disney & Pixar, tutto è perfetto. I paesaggi, i personaggi, le ambientazioni, tutto è realizzato ad opera d'arte, i movimenti sono fluidi e naturali, tanto che se non fosse per i - bellissimi - colori sgargianti e alcune forme un po' esagerate, potrebbe venire il dubbio che si tratti della realtà piuttosto che di un'animazione. I ragazzi sanno fare il loro lavoro. E ovviamente come di consueto il punto forte è quel miscuglio di sentimentalismo strappalacrime con le continue battute e personaggi sciocchi, il tutto tenuto insieme da qualche sequenza d'azione che non guasta mai.


Nei primi minuti di film ci viene mostrata la vita del protagonista, Carl Fredricksen, a partire dall'incontro in gioventù con Ellie, che con il passare degli anni diventerà sua moglie. La felicità di una vita perfetta e colma d'amore viene con il passare degli anni spezzata prima da una spontanea interruzione di gravidanza (peraltro presentata con musica e senza dialoghi, lasciando solamente intuire cosa sia successo, a mio avviso un ottimo modo di non far pesare troppo la cosa ai bambini) e poi, più tardi, con la morte di Ellie.
Per oltre settant'anni i due hanno vissuto con l'ambizione di raggiungere le Cascate Paradiso, terra popolata da creature misteriose.
Il vecchio Carl, ormai solo e costretto a lasciare la propria casa alla mercé di una spietata impresa di costruzioni, decide di evitare un futuro in casa di riposo, scappando per dirigersi in Sud America per coronare il suo sogno. Ciò che è estremamente strano - nonché folle - di questa fuga è che se ne va portandosi via tutta la casa, sradicata dalle fondamenta e fatta fluttuare nell'aria per mezzo di un'infinità di palloncini ma scoprirà presto di non essere solo, quando un giovane boy scout busserà alla porta della sua casa volante. E questo sarà l'inizio di una divertente avventura.

I due protagonisti sono simili a loro modo, da una parte un vecchio che ha perso il grande amore della sua vita, in cerca di realizzare il loro sogno comune, dall'altra un ragazzino con un padre e una matrigna che lo trascurano, con un grande bisogno di essere valorizzato e sostenuto, entrambi in cerca - inconsapevolmente -  di un po' d'affetto.

Nel complesso è divertente, fa pensare e tocca un po', soprattutto nella parte iniziale, ma non stanca né annoia, anzi tiene incollati allo schermo fino alla fine dei titoli di coda.


sabato 22 maggio 2010

Tom Ford: A Single Man

Vale la pena vivere? Sicuramente, nel caso in cui si abbiano a fianco persone che amiamo e che a loro volta ci amano. I dubbi sorgono quando queste persone vengono a mancare e alzarsi ogni mattina, andare avanti, lasciarsi alle spalle il passato diventa ogni giorno più difficile.

È questo che succede a George, un professore del college che quando perde il suo compagno di una vita in un incidente stradale non riesce più a continuare come se niente fosse la sua vita di sempre. "La mattina, ci metto un po' a diventare George", deve mettere una maschera, per nascondere il proprio dolore e affrontare a testa alta e con il sorriso il mondo. Ma anche per non dare nell'occhio, per non mostrare la sua diversità, il suo essere omosessuale, poiché nella società americana degli anni '60 certamente non era ben visto (e tuttora, c'è da sottolineare, non lo sarebbe).

La storia è struggente, Colin Firth (George) è in grado di trasmettere il dolore e la sofferenza allo spettatore con un'abilità tale da non poterlo lasciare indifferente.
La voglia di vivere ormai pari a zero, solo una manciata di persone attorno a lui che possono fargli passare qualche momento felice: la prima è una vecchia amica che lo ha sempre amato, l'altra è un suo studente, giovane e particolarmente sensibile, che inconsapevolmente gli ridarà speranza nel futuro.




Nonostante si tratti di un film drammatico, non è affatto noioso, mantenendo durante tutta la sua durata una vena quasi da commedia, facendo sorridere in molteplici occasioni, ma senza scadere mai nel ridicolo.
I temi trattati sono molto attuali ma proposti in un ambiente vecchio ormai di cinquant'anni per farci vedere che in fondo le cose non sono cambiate poi molto. La paura del diverso, la discriminazione delle minoranze sono ora come allora sentiti e reali.

In sintesi:
assolutamente, certamente, indubbiamente un esordio in grande stile.
L'eleganza e la cura dei dettagli non è un optional in questo film e del resto cos'altro ci si potrebbe aspettare da uno stilista che si mette dietro la macchina da presa?
E ancor di più non si può non rimanere colpiti al pensiero che si tratta del primo lavoro da regista di Tom Ford, a parer mio, da applaudire e a cui rendere omaggio per tanta dovizia di precisione sotto tutti gli aspetti.

martedì 18 maggio 2010

Scott Wheeler: Transmorphers - Fall of man

In occasione dell'uscita del sequel di Transformers, la Asylum replica facendo uscire il sequel della sua versione dei robottoni giganti che invadono la terra, con un titolo che di nuovo ricalca l'originale da plagiare: "Transformers - Revenge of the fallen" diventa "Transmorphers - Fall of man". E visto che col primo si era finiti col fare più un plagio di Terminator o Matrix che non di Transformers, ci si è rifatti con questo sequel, che in realtà è un prequel ambientato nel presente, in cui i cosiddetti transmorphers danno inizio alla loro invasione: così veniamo a sapere che in realtà essi sono già nascosti fra noi, transmorphati da oggetti elettronici d'uso quotidiano quali cellulari, antenne paraboliche e cose così, oltre che naturalmente mezzi di locomozione come i suv. In tutto questo guazzabuglio ci sono alcuni personaggi che tentano di salvare la pelle, ma il destino dell'umanità è ormai segnato: con tutti i negozi d'elettronica e le concessionarie d'auto trasformate in legioni di robot assassini all'essere umano non resta altro che nascondersi sottoterra e pianificare la propria resistenza per un paio di millenni a venire.
Il film, come dicevo, è chiaramente più simile all'originale plagiato rispetto al suo predecessore, ma questo non lo penalizza; anzi siamo di fronte forse a uno dei film della Asylum più "normali", senza particolari momenti di comico involontario dovuti a peccati d'ambiziosità come è accaduto nel primo, in cui ci siam ritrovati addirittura i protagnisti svolazzare a cavallo di motorette volanti che personalmente mi hanno fatto pensare molto a Megaforce. Sono anche passati due anni nei quali lo standard degli effetti speciali di casa Asylum si è elevato abbastanza rispetto alla grafica da Nintendo 64 dei primi mockbuster; per il resto la trama è semplicemente "gente che scappa dai robot assassini" e tanto basta per farne un film sicuramente migliore del sequel di Transformers, e che può essere potenzialmente apprezzato tanto dall'esperto cultore trash della Asylum quanto dal telespettatore medio che confonde originali e plagi.
Da segnalare nel cast la presenza di Shane Van Dyke, nipote di Dick Van Dyke (lo spazzacamino di Mary Poppins e il detective in corsia), e Bruce Boxleitner, protagonista del telefilm fantascientifico Babylon 5 che, per chi non lo ricordasse, era a sua volta un taroccamento di Star Trek, anche se fatto molto molto bene.

sabato 24 aprile 2010

Pater Sparrow: 1

Ad una libreria, anche se ben fornita, potrebbe mancare UN libro.
E se invece di mancare, fosse presente UN solo libro, il cui contenuto fa, inspiegabilmente, perdere il senno a chi lo legge? Un solo libro, in migliaia di copie, che ben presto monopolizzerà gli spazi nei notiziari televisivi a causa della sua peculiarità.
Mentre si svolgono le indagini della polizia per cercare di individuare chi e in quale modo abbia diffuso il libro, che in copertina riporta un semplice “1”, viene pian piano illustrato allo spettatore cosa si cela tra le sue pagine.
Non si tratta che di statistiche; statistiche accuratissime, su qualsiasi argomento si possa immaginare e l'accuratezza dei dati riportati è sorprendente, perché si aggiornano ogni istante con quella che è la realtà del pianeta.
Quante persone nascono, quante perdono la vita, il numero di rapporti sessuali in ogni momento, ogni giorno, giorno e notte, a qualsiasi ora si apra il libro questo continua ad aggiornarsi, a far scorrere una quantità di numeri inimmaginabile, tutti riguardanti le nostre vite, tutti ad indicare le nostre abitudini, a renderci partecipi degli avvenimenti del pianeta, evidenziare ogni particolare del mondo che ci circonda, dell'animo umano.

Non si può non rimanere toccati da ciò che vi è scritto, come non si può non rimanere toccati dalla visione di questo film surreale, difficile se non impossibile da comprendere, che lascia lo spettatore inerme davanti allo schermo, a chiedersi cosa gli sia appena passato davanti: un capolavoro visionario o un complesso di scene che nel loro susseguirsi non giungono a nessuna conclusione?
Che ognuno esprima il proprio parere in proposito, poiché parlare oggettivamente ed in modo univoco di questa produzione è quanto di più sbagliato si possa cercare di fare, data la sua originalità e la (apparente?) mancanza di senso dei 90 minuti appena trascorsi.
Related Posts Plugin for WordPress, Blogger...