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martedì 24 agosto 2010

Duccio Tessari: Zorro

Zorro è un personaggio che ha avuto varie trasposizioni fra gli anni '60 e '70, in piena epoca spaghetti western, anche nel nostro paese, spesso e volentieri in modi fantasiosi quali la sua collocazione all'interno di uno scenario da far west vero e proprio (E continuavano a chiamarlo figlio di..., con Fabio Testi), crossover dal sapore un po' trash (Zorro contro Maciste) e parodie (I nipoti di Zorro, con Ciccio e Franco). Si capisce, il più delle volte si tratta di film abbastanza a basso costo, ma il film di cui parliamo in questa recensione si discosta leggermente da questa tradizione dato che, nelle intenzioni, probabilmente voleva essere qualcosa di un po' più ambizioso, per vari motivi: visivamente il film è molto curato, fra costumi e locations di alto livello; il fatto di affidare la parte dell'eroico protagonista a un divo, Alain Delon, allora sulla cresta dell'onda; la regia in mano a un comprovato maestro del cinema d'avventura, Duccio Tessari, creatore del Ringo interpretato da Giuliano Gemma.

Per quanto riguarda la trama, si discosta da quella che già conosciamo tutti quanti per alcuni dettagli, legati per lo più al fatto che il film non è ambientato nella tradizionale California bensì in Nuova Aragona (Sudamerica), dove il nostro sopraggiunge per sostituire il defunto governatore locale, suo amico e assassinato poco prima della partenza, e per combattere il malvagio colonnello Huerta, che di fatto spadroneggia a suo piacimento nella colonia spagnola. Per il resto, il film ovviamente deve molto alla celebre serie televisiva americana prodotta dalla Disney, con Guy Williams, tanto che qui ritroviamo alcuni personaggi, fra cui il servo muto Bernardo e un sergente Garcia praticamente identico all'originale. Nonostante tutti i buoni propositi, però, va detto che il film non è all'altezza delle aspettative: di fronte a un film su Zorro ci si aspettere un ritmo sostenuto, ma la pellicola non è orchestrata come si deve e ci si ritrova di fronte a svariate scene di effettiva azione ma non valorizzate a dovere in quanto circondate da momenti di noia, e il culmine arriva con un interminabile duello finale, di cui non arriva mai la fine. Altri due difetti sono la caratterizzazione un po' troppo sopra le righe di alcuni personaggi macchiettistici, come l'ufficiale tedesco o la zia acida di Don Diego o lo stesso Don Diego (più che un damerino, qui ridotto ad autentica checca), e la colonna sonora dei fratelli De Angelis, senz'altro più adatta a una scazzottata con Bud Spencer e Terence Hill che a un film cappa e spada.

In conclusione, devo dire che nonostante il film non sia niente di particolarmente brutto e io sia un ammiratore di regista e protagonista di questo film, non mi sento di consigliare questa pellicola a nessuno in particolare, se non proprio ai fan dell'eroe mascherato che vogliano togliersi la curiosità di vedere l'ennesima trasposizione.

sabato 8 maggio 2010

Frank Kramer (Gianfranco Parolini): Noi non siamo angeli

Molti di voi avranno visto qualche film con Michael Coby e Paul Smith, i due sosia di Bud Spencer e Terence Hill, che hanno recitato in una manciata di film che molto spudoratamente tentavano di sfruttare il successo di Lo chiamavano Trinità e sequel (con tanto di stessi doppiatori degli originali, Glauco Onorato e Pino Locchi, per indurre ancor più in inganno gli spettatori). Questo è il loro terzo film, in cui interpretano due rissosi fratelli - uno forzuto ma tontolone e uno smilzo e furbo - che partecipano a una gara di corse il cui premio è l'assegnazione di una concessione di trasporti nella zona; la vincono, grazie all'ausilio di un paio di automobili e di deltaplani.
Bisogna dire che, fra tutti e 5 i film con questa coppia plagiatoria, questo è il più indigesto, per vari motivi: il film avrebbe anche certe pretese, come quella di mostrare l'avanzamento del progresso anche nel west con l'arrivo delle auto e cose così, ma quest'ambientazione primonovecentesca mezza western e mezza no sembra un miscuglio fra Lo chiamavano Trinità e Anche gli angeli mangiano fagioli, generando un certo disorientamento nello spettatore. Oltre a questo, le pretese di questo film mal si conciliano con gag idiote ripetute all'infinito, battute pecorecce e una colonna sonora degna del peggior film di Pierino. Insomma, un regista come Gianfranco Parolini, che pur nella sua modestia altrove ha avuto per le mani gente come Lee Van Cleef o Yul Brynner con ottimi risultati, qui ha fatto un passo falso, realizzando un film che vi rimarrà sullo stomaco per parecchie ore; non tanto per il fatto dei cloni, che negli altri film diretti da Ferdinando Baldi o Giuliano Carnimeo ancora ancora si lasciano guardare, ma per il fatto di aver voluto fare un film troppo "ambizioso" e sgangherato rispetto ai mezzi che aveva a disposizione.
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